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  • Andrea Polimeno

Siamo un Paese di analfabeti funzionali?

In Italia 1 giovane su 6 non capisce ciò che legge.

Cresce l’uso dei social network e con loro il numero di persone che leggono e condividono contenuti. Tuttavia secondo gli studi OCSE, i ragazzi italiani si trovano ancora in una situazione di analfabetismo funzionale.


Secondo quanto emerge dagli ultimi dati relativi all’analisi del 2015 (e quindi dei ragazzi che hanno compiuto 18 anni nel 2018), il nostro paese non si discosta dalla media OCSE inerente le percentuali di studenti che raggiungono un livello base di comprensione del testo. La disparità tuttavia aumenta salendo di livello, infatti solo lo 0,6% dei quindicenni italiani raggiunge un livello maggiore di preparazione contro l’1,1% della media OCSE. Secondo la scala OCSE, il livello “base” è il 2 che tuttavia non è raggiunto da un quarto dei ragazzi italiani. Il livello 2, o base, indica le capacità nel riconoscere il punto focale di un testo, l’idea principale, comprendendo le relazioni o sapendo costruire significato nel testo quando l’informazione manca.

Passato e futuro, una prospettiva

Guardando ai dati relativi allo studio Pisa del 2003, inerenti i ragazzi che oggi hanno trent’anni, le cose non sono troppo distanti dalla situazione odierna. Con un punteggio medio di 476, gli studenti di quindici anni fa avevano già le medie più basse rispetto a quella dei Paesi OCSE, 494.

Certo, si può ben obiettare che si tratta di ragazzi in fase di crescita e che avranno un intero percorso scolastico e spesso universitario per affinare le proprie risorse. E forse è vero. Ma stando agli ultimi dati di giugno, ancora oggi 4 italiani su 10 dai 25 ai 64 anni sono sprovvisti di diploma.

A questo si aggiunge il calo formativo dei ragazzi tra i 18 e 24 anni possiede la licenza media, ma non va oltre. Pochi concludono corsi di formazioni professionali riconosciuti dalla Regione, e molti di questi non sono interessati allo svolgimento di corsi scolastici o attività formative.

Viene semplice supporre che a quell’alto utilizzo, da parte dei ragazzi, dei social network e dei contenuti che questi veicolano, non ci sia dietro una reale comprensione delle dinamiche che impongono, né di quello che stanno loro stessi condividendo.

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